Orig.: Italia/Turchia (2016) - Sogg.: Gianni Romoli e Ferzan Ozpetek liberamente tratto dal libro "Rosso Istanbul" di Ferzan Ozpetek - Scenegg.: Gianni Romoli, Valia Santella, Ferzan Ozpetek - Fotogr.(Scope/a colori): Gian Filippo Corticelli - Mus.: Giuliano Taviani e Carmelo Travia - Montagg.: Patrizio Marone - Dur.: 115' - Produz.: Tilde Corsi e Gianni Romoli per R&C Produzioni e Faros film con Rai Cinema (Italia); BKM, IMAJ (Istanbul).
Interpreti e ruoli
Halit Ergenc (Orhan), Tuba Buyukustun (Neval), Nejat Isler (Deniz), Mehmet Gunsur (Yusuf), Cigdem Onat (Sureyya), Serra Yilmaz (Sibel), Zerrin Tekindor . (Aylin)
Soggetto
E' il 13 maggio 2016, Orhan Sahi torna a Istanbul da Londra dopo 20 anni di assenza volontaria, con l'incarico di fare da editor a Deniz Soysal, famoso regista cinematografico, nella scrittura del suo nuovo libro. Dopo pochi giorni però, Orhan è di nuovo assalito da ricordi, memorie, tentazioni. Una dimensione sfuggente che culmina nelle imprevista scomparsa di Deniz...
Valutazione Pastorale
Il debutto cinematografico di Ferzan Ozpetek risale al 1996 con Haman-Il bagno turco. Vent'anni durante i quali il regista turco ha girato una decina di film in Italia. E ora il ritorno nella natia Turchia. Finalmente a casa si potrebbe dire. Perchè si tratta di un viaggio mediato attraverso una figura-schermo, Orhan, uomo dal carattere calmo e meditabondo, perennemente in bilico tra passato e futuro. Ad Orhan tocca il compito di cercare Deniz, ossia di scandagliare ricordi e memorie di un amico, cercarne le tracce, provare ad intuirne desideri e spostamenti. Orhan si lancia in un serrato scandaglio di ricordi, filtrati da luoghi e persone. E più la caccia va avanti più l'uomo di accorge di essere prigioniero di situazione che lo avvolgono in una inesorabile strettoia. E' una prigione, quella nella quale resta stretto Orhan, ma una felice prigione, uno splendido tributo pagato alla bellezza smorta del paesaggio, alla suadente malinconia degli arredamenti, alla struggente poesia dei ricordi. Ciò che poteva essere e non è stato diventa una sorta di gozzaniano lirismo nel quale Orhan confonde la passione con l'amore, e gli sguardi si fanno compassione e parole non dette per emozione. E un film tardo decadente questo con cui Ozpetek disegna il punto fermo di una carriera che molto sembra aver detto mentre forse ha ancora qualcosa da dire a proposito del terribile confondersi di mamma, famiglia, figli, amici, donna. Un caleidoscopio di sentimenti che si inverano nel tramonto fiammeggiante del bosforo. Dal punto di vista pastorale, il film è ad valutare come complesso, problematico e adatto per dibattiti.
Utilizzazione
Il film è da utilizzare in programmazione ordinaria e in successive occasioni come proposta di film di taglio internazionale, che respira aria libera di altri mondi e ricerca inedite sensazioni narrative.